Intervista a ANNE GROSFILLEY

Posted on 2nd Oct 2019


Articolo originariamente pubblicato sabato, 18 maggio 2019 su La Provincia edizione Como


Anne Grosfilley, antropologa specializzata nel tessile e nella moda dell’Africa, lunedì protagonista di un convegno di studio a Como, ha collaborato alla collezione “crociera” 2020 di Dior. È stata Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica, a voler portare in passerella la straordinaria competenza di questa signora dei tessuti, autrice di celebri studi “sul campo”. Un esempio viene da “Wax & Co. Antologia dei tessuti stampati d’Africa”. Grosfilley ripercorre le strade del wax, del kanga e dello shweshwe da più di vent’anni. Attraverso la sua eccezionale collezione di tessuti ci invita a scoprire la storia misconosciuta degli stampati africani. L’antropologa ha vinto il Millenium Award di Oxfam per il progetto “African Textiles in the Community”.

 


NELLE TRAME DI WAX UN TESSUTO GLOBALE RIDÀ VOCE ALL'AFRICA
di Vera Fisogni

Nelson Mandela (1918-2013), premio Nobel per la pace e primo presidente del Sudafrica post-apartheid ne aveva fatto la sua divisa. La camicia in cotone, con stampe di ispirazione africana è diventata un capo iconico, che ha contribuito a forgiare il,rilancio identitario di un intero, continente. Parliamo di un tessuto che intreccia orizzonti culturali tanto diversi, offrendo una tessitura evocativa della interculturalità sempre più necessaria per uscire dagli angusti orizzonti sovranisti. Può, un tessuto, esprimere tanto? Certamente, se si tratta del “wax”, di cui è specialista l’antropologa francese Anne Grosfilley, ispiratrice anche della collezione “crociera” 2020 di Dior, che sarà a Como lunedì.


Il tessuto wax nasce come produzione olandese. Come ha potuto diventare l’emblema del tessile africano?
Il wax è una stoffa dell’incontro delle culture di Asia, Europa e Africa. È di fatto un batik indonesiano che è stato industrializzato in Olanda, poi venduto nell’Africa occidentale. È una stoffa globale, un prodotto mondializzato che è apparso alla fine dell’Ottocento, 125 anni fa. Progressivamente è diventato un importante elemento delle culture africane, una sorta di “tradizione inventata”, per citare Terence Ranger e Eric Hobsbawm. Affascinante, perché non ha uno specifico ancoraggio antico in una particolare cultura africana e, ben al di là della zona occidentale, è un tessuto emblematico di tutto il continente.

Quali sono i motivi più frequenti dei tessuti wax e cosa simbolizzano?
Attraverso le epoche i disegnatori di wax hanno sviluppato diverse tematiche. All’inizio hanno ripreso elementi del batik indonesiano e li hanno stilizzati; questi disegni sono stati in seguito reinterpretati dai commercianti dell’Africa Occidentale, che li usavano come forma di linguaggio. In modo piuttosto sorprendente, le ali di Garuda, l’uccello sacro di Vishnu, sono definite in Ghana «Casco di banane» e in Togo «La lumaca fuori dalla sua conchiglia », con riferimento a qualcuno che si intromette negli affari degli altri. La raffigurazione di animali alimenta le metafore inerenti le relazioni di coppia, come gli uccelli che escono dalla loro gabbia, il cui significato è di mettere in guardia, come dire: «Se tu esci, io esco». Le rappresentazioni di oggetti di consumo riflette di frequente l’aspirazione a un certo benessere materiale, dal ventilatore al cellulare, dal telecomando alla tv, ma possono egualmente esprimere la fascinazione per qualche personalità, come il disegno di una borsa a mano, detto in Africa Centrale: «La borsetta di Michelle Obama».

Quali storie di donne sono state scritte con i tessuti wax?
Direi che il wax è “la voce” delle donne. Attraverso i nomi che hanno attribuito ai disegni, hanno espresso i loro stati d’animo. Lo humour di nomi come «Mio marito è capace» e «Bellezza naturale » attenua il dolore espresso da «Svalutazione», che illustra il senso di depressione delle popolazioni africane dopo la svalutazione del Franco africano (Cfa) nel 1994. Allo stesso modo vi è un’identificazione molto simbolica a grandi icone che hanno indossato il wax, come Maya Angelou, Miriam Makeba o, più recentemente, Angélique Kidjo. Oggi, ancora più che in passato, indossare un tessuto wax è una forma d’impegno e di fierezza; è il modo di inviare un messaggio; è un tessuto che partecipa al posizionamento identitario.

Lei ha condotto ricerche sul campo in Burkina Faso, in Ghana, nel Senegal, fino alla Costa d’Avorio. Possiamo dire che i tessuti parlano dell’Africa più di altre fonti?
In modo banale potrei dire che, contrariamente all’Europa, dove gli inverni sono freddi e gli abiti servono anzitutto a proteggere dal clima, in Africa i vestiti non rispondono mai a un bisogno fisiologico, ma sono totalmente un’espressione culturale, che ci informa del ruolo sociale della persona, del gruppo al quale appartiene.
Il tessile è il luogo tra il mondo visibile e quello invisibile, tra i defunti e i viventi. Dunque, attraverso lo studio dei tessili e dell’abbigliamento, si possono conoscere molteplici aspetti della vita sociale. Nella maggior parte delle culture africane i tessuti sono un’eredità preziosa, come gioielli che si trasmettono di generazione in generazione, in Europa e fuori dall’Europa.

In un certo senso, il wax è la risposta africana alla colonizzazione europea?
Beninteso che il wax è, in origine, un prodotto dell’imperialismo, dagli anni Cinquanta del Novecento diventa a pieno titolo un elemento delle culture dell’Africa. In modo molto paradossale, in Centro Africa, il presidente dello Zaire Mobutu ha proibito i nomi cristiani e l’uso della cravatta, ma ha contribuito alla promozione dei tessuti wax fabbricati in Europa... Tutto ciò mostra bene l’ambiguità di questo materiale. Oggi penso che la situazione sia cambiata, perché i creatori di moda africana valorizzano enormemente il Made in Africa. Il wax della Uniwax, fabbricato in Costa d’Avorio si fa sempre più pregiato e le sue collezioni trimestrali ne fanno davvero il tessuto della moda e dell’eleganza.


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